Ultimamente l’Associazione Nazionale Esorcisti ha preso una netta posizione contro il reparto di oncologia degli Ospedali Riuniti Marche Nord di Pesaro, dove è stato inaugurato uno spazio dedicato alle cure complementari — la “Stanza del benessere” — in cui viene praticato il Reiki.

Pur conoscendo poco il reiki e non sentendomi quindi la persona più indicata per difenderne la pratica, mi preme ricordare che già l’Ufficio Nazionale CEI per la Pastorale della Sanità si era espresso negativamente non solo sul Reiki, ma su tutte le medicine non convenzionali, definendole un potenziale pericolo per la fede cattolica e per la salute. Nel documento Le istituzioni sanitarie cattoliche del 2000 si legge infatti:

“Senza entrare nel merito di una loro possibile efficacia, bisogna rilevare innanzitutto la possibilità di un eventuale danno per il paziente che vi si sottoponga, abbandonando al contempo una terapia più tradizionale ma di provata efficacia. Il secondo, più delicato problema, anche di ordine pastorale per la Chiesa, riguarda il possibile coinvolgimento, da parte di alcune di esse, con filosofie orientali difficilmente compatibili con la fede cattolica e qualche volta persino accompagnate da pratiche occultistiche”.

Ciò che desidero sottolineare, a beneficio sia di chi pratica queste discipline sia di chi le riceve, chiama in causa un livello di riflessione differente.

Pratiche come lo Shiatsu o la medicina cinese non chiedono di cambiare religione ma, come ci insegna il filosofo François Jullien, ci invitano a guardarci nello specchio di una cultura diversa, che ci costringe a confrontarci con presupposti filosofici inconsueti e a osservare il mondo e noi stessi da nuove angolazioni.

Da questo confronto può nascere una comprensione più profonda e matura della propria fede. Se essa è autentica e sincera, non può che uscirne rafforzata; se invece non lo è, lo specchio di un’altra cultura rischia semplicemente di svelarne la fragilità o la mistificazione. Inoltre, è proprio dal confronto che germogliano la tolleranza e la comprensione per il diverso e per l’altro.

Vale la pena ribadire, che come già detto da Unschuld, P. U. (2015) nel suo “Cos’è la medicina?”, che lo Shiatsu e la medicina cinese hanno preso le distanze da qualsiasi credenza spirituale e religiosa secoli fa, strutturandosi come discipline corporee e di cura. Esse agiscono in sinergia con la medicina convenzionale e non intendono in alcun modo sostituirsi ad essa, come dimostrano le esperienze già attive in diversi ospedali italiani.

Come operatori non eseguiamo diagnosi mediche, non prescriviamo terapie né forniamo consigli sanitari. Quando parliamo di “diagnosi” ci riferiamo all’ascolto e alla valutazione energetica, e quando parliamo di “terapia” facciamo riferimento al trattamento che utilizza esclusivamente la digitopressione per lavorare sugli squilibri energetici.

Parlare di “energia” — per quanto questo termine non corrisponda perfettamente a ciò che la medicina cinese intende in origine — non richiama alcun elemento esoterico o spiritico, ma rimanda a un approccio alla salute che affonda le sue radici nelle antiche e più recenti conoscenze filosofiche e mediche orientali.

In altre parole, stiamo parlando di una medicina empirica e tradizionale che poggia su una base teorica filosofica, la quale è stata costantemente ridefinita e affinata nel corso dei secoli grazie all’osservazione clinica dei risultati, e che viene descritta utilizzando concetti e metafore tratte dai cicli naturali tra cui quelli “energetici”.

Pur non essendo esaustive, le moderne ricerche scientifiche condotte in questo ambito hanno prodotto risultati che mettono in dubbio l’idea che i benefici riscontrati siano riducibili al solo effetto placebo.

Rispetto al timore che queste pratiche possano esporre all’azione straordinaria del maligno, ci si trova di fronte a un vicolo cieco argomentativo: è difficile rispondere sul piano logico a tesi che non si fondano su basi scientifiche o teologiche rigorose, ma traggono nutrimento da un’impostazione apologetica.

Molti teologi, studiosi di storia delle religioni e ampi settori del mondo ecclesiale cattolico considerano infatti tali affermazioni fortemente discutibili. Nella teologia cattolica classica, l’azione del diavolo richiede un atto di volontà consapevole orientato al male o al rifiuto di Dio (peccato grave). Pensare che un trattamento ricevuto in un reparto oncologico per trovare sollievo dal dolore possa “aprire le porte al demonio” a prescindere dalla fede e dall’intenzione della persona rischia di scivolare in una concezione superstiziosa o magica della grazia e del peccato.

Attribuire al male una simile visione “magica”, soprattutto quando si discute di terapie complementari integrate negli ospedali per alleviare la sofferenza, appare quantomeno paradossale. Per quanti volessero approfondire la sfida tra medicina convenzionale e medicina alternativa sempre che di sfida si tratti possono leggere il mio articolo sul faro olistico: